When you hear hoofbeats think of horses, not zebras

E’ un progetto in prima persona, un ibrido fra fotografia e performance che parla al corpo con il corpo. Punto di partenza è la trasformazione che una malattia rara compie sul mio immanente. Al centro il corpo come palcoscenico, come tramite, come orizzonte mobile, come testimonianza visibile nell’invisibilità del dolore. Il lavoro si basa sul concetto di fotografia come esperienza vitale. Lo strumento visuale mi permette di esplorare le relazioni tra la malattia e il corpo, tra l’inesorabile e il trascendente, il privato e il politico. La realtà riprodotta prende spunto dal mio vissuto per essere re-inscenata. Gli oggetti di scena sono gli strumenti che in itinere entrano a far parte del mio quotidiano. Le persone, attori che inscenano concetti, accadimenti o stati d’animo. L’acqua, fondamentale tregua, poiché solo in assenza di gravità posso tornare a muovermi senza dolore.Il mio corpo, baluardo di libertà, protagonista della sua stessa messa in scena. Il lavoro si compone in capitoli; il primo è Naiade, un progetto/libro fotografico in forma di diario edito nel 2019, nel quale snapshots e visione documentaria (la prima visceralmente intima e narrativa, la seconda fredda e descrittiva) collaborano, accompagnandomi nella scoperta della malattia. In questo secondo capitolo non utilizzo più la fotografia come strumento terapeutico e di accettazione, ma come semplice mezzo: desidero che il mio corpo diventi strumento di narrazione. Il titolo del progetto fa riferimento a un principio coniato dal Prof. Theodore Woodward(Università del Maryland), che istruiva così i suoi specializzandi: “Quando sentite rumore di zoccoli dietro di voi, pensate ad un cavallo, non aspettatevi di vedere una zebra”. Zebra, nel gergo medico significa arrivare ad una diagnosi medica sorprendentemente rara quando di solito è più probabile una spiegazione più comune. Questo principio mi è stato ripetuto più e più volte dai miei medici, ma in questo caso sono la loro zebra.